Il fragile tessuto della società della paura

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Due fatti mi hanno particolarmente colpito negli ultimi giorni: la strage di Lampedusa e l’iscrizione nel registro degli indagati dei sopravvissuti a quella strage.

Sul primo fatto, straziante e vergognoso, purtroppo, ormai, c’è poco da fare; sul secondo, invece, qualcosa si potrebbe ancora fare: abolire il cosiddetto reato di clandestinità ( art. 10-bis del d.lgs. 286/98 che punisce penalmente lo straniero che fa ingresso ovvero si trattiene nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del testo unico ).

Per quanto, in passato, tale fattispecie abbia superato il vaglio di costituzionalità ( C. Cost., sent. n. 250 del 2010 ), è ormai evidente l’inopportunità della sua permanenza nel nostro ordinamento.

Siamo di fronte, infatti, ad una fattispecie penale discriminatoria, in quanto fondata sulle particolari condizioni personali e sociali del soggetto, anziché su fatti e comportamenti riconducibili alla sua reale volontà. Gli immigrati si trovano oggi, in sostanza, ad essere destinatari di una nuova forma di discriminazione, questa volta di carattere giuridico.

L’irragionevolezza della norma, poi, risulta evidente sotto molteplici aspetti.

Si pensi innanzitutto al fatto che, nel punire chi si trova illegalmente nel nostro territorio, il legislatore non esclude i casi di giustificato motivo ponendo sullo stesso piano qualsiasi ipotesi di soggiorno illegale.

Si pensi ancora alla inesistente funzione della pena: risulta, infatti, privo di ogni logica prevedere una pena principale ( una ammenda che va da 5.000 a 10.000 € ) tendenzialmente inapplicabile dovendosi preferire la sanzione sostitutiva dell’espulsione ( che, a sua volta, è convertita, di fatto, nella detenzione presso i sempre più invivibili Centri di identificazione ed espulsione ).

Si pensi, infine, e soprattutto, a quello che efficacemente è stato definito “l’abuso del diritto penale nella società della paura”: sempre di più ci si orienta, in questi ambiti, verso scelte di criminalizzazione delle condotte poco funzionali ai reali scopi da perseguire ( in questo caso il controllo dei flussi migratori ) e che invece sembrano rispondere principalmente all’intento di creare consenso alimentando paure.

Paure che, se non governate, rischiano di esplodere e di lacerare il tessuto di una società aperta e plurale che è viva solo se con essa sono vivi i valori della convivenza, della solidarietà, del rispetto delle identità.

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7 risposte a Il fragile tessuto della società della paura

  1. laulilla ha detto:

    pienamente d’accordo con te. Vivere in questo paese è sconfortante.

  2. La Dona ha detto:

    A volte mi chiedo se abbia un senso educare i miei figli sperando che possano contribuire a cambiare le cose. Me lo chiedo perché sembra tutto perduto, ma forse non lo è…Io intanto non mi arrendo e lotto.

    • lacapufresca ha detto:

      “io intanto non mi arrendo e lotto”. Faccio mie le tue parole che condivido pienamente. Anche quando sembra tutto così difficile non bisogna arrendersi mai: non possiamo permettercelo, non dobbiamo permettercelo.
      Grazie mille La Dona per essere passata da qui e per il tuo bel contributo.

  3. lemuraurbino ha detto:

    Come sempre usano la legge come deterrente..

  4. lemuraurbino ha detto:

    Senza rendersi conto che, tanto, non funziona. Noi dobbiamo cercare di educare le generazioni future, è la nostra unica arma.

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