La dignità d’espressione

Il giornalista Alessandro Sallusti è stato condannato dalla Corte di Cassazione a 14 mesi di reclusione a causa di un articolo diffamatorio apparso su Libero nel 2007 quando Sallusti era direttore del giornale. L’articolo prendeva spunto dalla vicenda di una ragazzina di 13 anni, rimasta incinta e autorizzata ad abortire dal tribunale di Torino che, dopo l’interruzione forzata della gravidanza, in preda a vari scompensi emotivi fu ricoverata in un reparto di psichiatria. Alla vicenda il quotidiano dedicò un corsivo pesantemente critico firmato con lo pseudonimo di Dreyfus che ricostruiva la vicenda falsandola ( lo spiega bene in questo post Alessandro Robecchi ) e che concludeva così: «Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice».

Ora. È ovvio che la pena della reclusione è assolutamente sproporzionata per la diffamazione posta in essere da giornalisti che quotidianamente maneggiano con le parole e devono essere garantiti nella loro piena libertà d’espressione. Ma è altrettanto ovvio che i giornalisti hanno il dovere di selezionare con cura le parole da usare. I giornalisti hanno un grande compito: individuare e raccontare i fatti rilevanti che investono una comunità contribuendo così alla formazione di un’opinione pubblica. Hanno, però, il dovere di compierlo seguendo tre stelle polari: la verità del fatto narrato, l’interesse pubblico di ciò che narrano, la continenza espressiva, cioè la correttezza del linguaggio usato. Ognuno di questi tre elementi è al tempo stesso contenuto e limite dell’attività giornalistica e va rispettato per il corretto esercizio della libertà d’espressione. Sicuramente non è attività semplice ma è assolutamente essenziale. Ne va della stessa dignità di chi scrive gli articoli. Ed anche di chi li legge.

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2 risposte a La dignità d’espressione

  1. laulilla ha detto:

    Credo che bisognerà attendere le motivazioni della sentenza per comprenderne la ratio. Salta agli occhi, in ogni caso che Sallusti non ha potuto beneficiare né di sospensione condizionale, né di attenuanti generiche, per essere già stato condannato avendo lasciato scrivere a Renato Farina (sotto falso nome), radiato dall’Ordine dei giornalisti, un articolo che non avrebbe più potuto scrivere. Questa volta, quindi ha reiterato il medesimo comportamento, con lo stesso giornalista, che ha detto palesemente il falso, avendo parlato di una pressione indebita, da parte di giudice, ginecologo e genitori, per costringere ad abortire una bambina tredicenne. Dare un’occhiata, prima di pubblicare, è troppa fatica? Direi che, visto il precedente, sarebbe stato prudente. Non mi piace che un giornalista vada in carcere, ma neppure che chi dovrebbe vigilare non lo faccia (in queste ore ho letto la notizia che un’insegnate a Torino è finita in carcere per non aver vigilato a sufficienza sugli studenti che erano riusciti a filmare, inviando su You Tube, un’oltraggiosa aggressione a un loro compagno handicappato: due pesi e due misure?). Qui non si è trattato di un’opinione di Renato Farina, ma di un comportamento molto leggero del direttore, che intanto non avrebbe dovuto permettere a Renato Farina di scrivere.
    Per la cronaca: Renato Farina, nel frattempo, è diventato deputato. Onore al merito?

    • lacapufresca ha detto:

      Hai ragione Laulilla: con la pubblicazione delle motivazioni il quadro sarà decisamente più chiaro. Di certo, Sallusti ha commesso una doppia leggerezza: ha consentito ad un soggetto radiato dall’Ordine dei giornalisti di scrivere un articolo sul suo giornale e non ha effettuato le dovute verifiche sul contenuto di questo articolo. Un articolo che avrebbe dovuto essere analizzato rigorosamente, sopratutto sul piano della verità dei fatti narrati. Quanto a Renato Farina il suo comportamento è stato inqualificabile: Enrico Mentana ieri è stato parecchio duro con lui e forse non ha tutti i torti.
      Una ulteriore riflessione che mi ha fatto sorgere questa vicenda: giustamente in questi giorni si sottolinea che l’attuale disciplina penale per il reato di diffamazione a mezzo stampa è particolarmente severa sul piano delle sanzioni. Spero, però, che questa possa essere l’occasione per ripensare non solo il trattamento sanzionatorio di questo reato ma anche quello di numerose altre fattispecie previste dal nostro codice che, per quanto possa essere fatto bene, rimane un codice realizzato nel 1930, cioè in piena era fascista.

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