Mi passi il sole?

Rinchiudersi nella propria casa per reagire alla paura. Sembra, in questo periodo di pandemia, solo la descrizione della cronaca quotidiana o il sunto di una delle ormai note raccomandazioni della scienza. In realtà è anche una delle possibili sintesi di Memorie del sottosuolo[1], opera letteraria di Fedor Dostoevskij, scrittore russo morto centotrentanove anni fa e risorto nella mia biblioteca da qualche mese. La clausura che si autoimpone il protagonista del romanzo non si realizza però in una semplice casa ma in un sottosuolo: fisico, con il suo ambiente fetido, umido e muffoso dove ci si rifugia come topi per distanziarsi dalla realtà sovrastante; psicologico e dell’anima, per reagire alla paura di rimanere ingabbiati nei dogmi della scienza. L’uomo del sottosuolo sente, infatti, il peso della propria esistenza che non può esaurirsi in mere formule scientifiche. La clausura che stiamo vivendo in questa fase è diversa da quella immaginata dallo scrittore russo: non è autoimposta come forma di ribellione al pensiero dominante ma è imposta proprio dal pensiero dominante, imposizione giusta che mira alla protezione ed alla sopravvivenza. Il nostro sottosuolo, poi, è un’esperienza collettiva, a conferma di una comune sorte che ci unisce. E la consapevolezza di tale sorte comune è utile ad evitare il contagio del virus ed a rendere meno amare le giornate di restrizione ma è soprattutto la precondizione per rendere possibile “il contagio della solidarietà tra di noi”[2]. Occorre tenerlo a mente, in questa fase ed in quella in cui torneremo alla luce.


[1] Memorie del sottosuolo – tradotto anche col titolo Memorie dal sottosuolo o Ricordi dal sottosuolo (in russo: Записки из подполья, Zapiski iz podpol´ja) – è un romanzo del 1864. Il libro è diviso in due parti: la prima è intitolata “Il sottosuolo”, la seconda “A proposito della neve bagnata”.

[2] Dal videomessaggio del Presidente della Repubblica Italiana per la Pasqua trasmesso in data 11 aprile 2020.

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In fermento

Gelide onde

s’irradiano

all’intorno

Noi qui

in fermento

Di chiarore

tentenna

delirante

attesa

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Assaggi di speranza

Senza scomodare il vocabolario della lingua italiana, la definizione che mi pare calzante per la parola “speranza” è quella di “fiducia nel futuro”. Di regola, però, la fiducia si fonda sulla conoscenza di ciò su cui viene riposta, mentre riporre fiducia su ciò che non si conosce appare più un atto di fede. Ma il futuro non è un’entità ultraterrena, anzi di continuo si fa terreno, giusto il tempo di essere calpestato dal presente prima di sfaldarsi nel passato. Se prima di questo momento i piedi sono ben saldi sulla terra si potrà allora meglio percepire lo sfaldamento e la percezione si farà memoria: il futuro rimarrà ignoto ma potremo almeno delinearne la prospettiva. “Basta avere una memoria ed una prospettiva[1] dunque: il problema è che la prospettiva del futuro, a differenza di quella di Giotto, non è facile da trovare, soprattutto se la speranza, anziché coltivarla, “ce la fumiamo come canapa[2]. Bisogna tornare a coltivare quindi – la speranza, non la canapa – preparandosi, prendendosi del tempo, e, con la terra sotto i piedi, “spargendo sementi, speranza e concime[3].


[1] Tratto da “A prescindere da me”, in “Tradizione e tradimento”, 2019, N. Fabi.

[2] Tratto da “Giotto Beat”, in “Museica”, 2014, Caparezza.

[3] Tratto da “Concime”, in “La terra sotto i piedi”, 2019, D. Silvestri.

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Cadenze

Cade l’occhio
Su un libro
Specchio
E su note
Di speranza
Danza
L’orecchio

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Che ridere

Con gli occhi
Ascoltare
Parlare
Con le mani

Accecato
Dal rumore
Che ride
Di te

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L’obolo di Tridento

Ecco Orfeo ed Euridice
Quasi diecimila passi
Nelle strade di Tridento

Sulla terra che li incanta
Un coriandolo è irridente
Sotto un tacco che picchietta

E con versi d’Ungaretti
Nel seguire buon consiglio
Esser colti da un abbaglio

Tanti lampi tra i ritratti
Con lo sguardo di Giuditta
Che fa perdere la testa

Niente testa a quel traghetto
Ma al futuro suo nocchiero
Un presente già s’appresta

Come obolo a Caronte
La poesia di Mario Pasi
“Vorrei essere felice”

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