In fermento

Gelide onde

s’irradiano

all’intorno

Noi qui

in fermento

Di chiarore

tentenna

delirante

attesa

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Assaggi di speranza

Senza scomodare il vocabolario della lingua italiana, la definizione che mi pare calzante per la parola “speranza” è quella di “fiducia nel futuro”. Di regola, però, la fiducia si fonda sulla conoscenza di ciò su cui viene riposta, mentre riporre fiducia su ciò che non si conosce appare più un atto di fede. Ma il futuro non è un’entità ultraterrena, anzi di continuo si fa terreno, giusto il tempo di essere calpestato dal presente prima di sfaldarsi nel passato. Se prima di questo momento i piedi sono ben saldi sulla terra si potrà allora meglio percepire lo sfaldamento e la percezione si farà memoria: il futuro rimarrà ignoto ma potremo almeno delinearne la prospettiva. “Basta avere una memoria ed una prospettiva[1] dunque: il problema è che la prospettiva del futuro, a differenza di quella di Giotto, non è facile da trovare, soprattutto se la speranza, anziché coltivarla, “ce la fumiamo come canapa[2]. Bisogna tornare a coltivare quindi – la speranza, non la canapa – preparandosi, prendendosi del tempo, e, con la terra sotto i piedi, “spargendo sementi, speranza e concime[3].


[1] Tratto da “A prescindere da me”, in “Tradizione e tradimento”, 2019, N. Fabi.

[2] Tratto da “Giotto Beat”, in “Museica”, 2014, Caparezza.

[3] Tratto da “Concime”, in “La terra sotto i piedi”, 2019, D. Silvestri.

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Cadenze

Cade l’occhio
Su un libro
Specchio
E su note
Di speranza
Danza
L’orecchio

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Che ridere

Con gli occhi
Ascoltare
Parlare
Con le mani

Accecato
Dal rumore
Che ride
Di te

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L’obolo di Tridento

Ecco Orfeo ed Euridice
Quasi diecimila passi
Nelle strade di Tridento

Sulla terra che li incanta
Un coriandolo è irridente
Sotto un tacco che picchietta

E con versi d’Ungaretti
Nel seguire buon consiglio
Esser colti da un abbaglio

Tanti lampi tra i ritratti
Con lo sguardo di Giuditta
Che fa perdere la testa

Niente testa a quel traghetto
Ma al futuro suo nocchiero
Un presente già s’appresta

Come obolo a Caronte
La poesia di Mario Pasi
“Vorrei essere felice”

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In mostra

La scatola nera seduce il dolore
Lo invita, ci parla, ne plasma l’umore
E tu che la osservi scrutandoci dentro
Aneli gli sguardi, chi occupa il centro

Sentirsi in platea, soltanto da un lato
Sognare la scena, vedersi adulato
Ma a renderti onore non v’è alcun talento
E lo stridor di denti assorda il lamento

La vita s’è cinta di sola avversione
E cerca trionfi d’ogni gradazione
A darle manforte brilla una sera
Col podio di sangue, la medaglia nera

La scatola nera seduce il dolore
Lo invita, ci parla, ne plasma l’umore
Ora che sei dentro, uno sguardo, il nostro
Ad essere al centro soltanto un mostro

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